
Mercati più fragili: energia cara e banche centrali sotto pressione
🇺🇸 USA – L’economia regge, ma con petrolio a questi livelli il problema torna a essere l’inflazione Negli Stati Uniti, più che dai dati macro puri, questa settimana il messaggio arriva dal modo in cui il mercato sta leggendo il contesto. La domanda interna non

Shock energetico e tassi più alti: perché il quadro macro si sta complicando
🇺🇸 USA – La Fed resta ferma, ma il quadro si sta complicando Negli Stati Uniti il messaggio della settimana è abbastanza chiaro: la Fed prova a tenere il punto, ma i dati stanno rendendo il lavoro sempre più scomodo. I tassi restano fermi nel

Mercati sotto pressione: il petrolio sale mentre la crescita perde slancio
🇺🇸 USA – Inflazione ancora gestibile, ma la crescita entra nella crisi energetica già indebolita Negli Stati Uniti il PIL del quarto trimestre è stato rivisto bruscamente al ribasso a +0,7% annualizzato, contro una stima precedente di +1,4% e attese di +1,5%. Il confronto con

Settimana turbolenta per i mercati: lavoro USA debole e petrolio sotto i riflettori
🇺🇸 USA – Il dato sul lavoro rompe l’illusione, ma non il quadro Negli Stati Uniti il titolo della settimana è semplice: il mercato del lavoro ha deluso, e lo ha fatto in modo abbastanza netto da riaprire subito il dibattito sui tagli della Fed.

Quando l’inflazione non molla: cosa cambia per tassi e mercati
USA – Prezzi alla produzione che accelerano, ciclo che rallenta a macchia di leopardo Negli Stati Uniti il dato che ha dominato la settimana è stato il PPI, perché ha rimesso tensione sul tema “quanto è davvero finita l’inflazione”. L’indice headline sale +2,9% a/a contro

Il nuovo equilibrio dei mercati: meno crescita, inflazione più lenta a scendere
USA – Crescita sotto attese, inflazione che non collabora Negli Stati Uniti la settimana mette insieme due segnali che complicano la vita alla Fed. La crescita rallenta più del previsto: il PIL del Q4 sale +1,4% annualizzato contro attese +2,5%, e lo shutdown viene stimato
Le cause del Black Monday
Lunedì 19 ottobre 1987 è noto come “Black Monday”. Quel giorno i trader da ogni parte del mondo fissavano le cifre sui loro display increduli. I mercati statunitensi scesero di oltre il 20% in un solo giorno.
In questo post andremo a indagare le cause del Black Monday e i segnali precedenti al crollo.

Il contesto storico
Il mercato rialzista negli Stati Uniti era iniziato nel 1982. Alan Greenspan era da poco diventato il nuovo presidente della Federal Reserve.
In base al Plaza Accord del 1985, la Fed concordò il deprezzamento del dollaro con le banche centrali delle nazioni del G5. La decisione fu presa al fine di controllare l’aumento dei disavanzi commerciali statunitensi.
All’inizio del 1987, quell’obiettivo fu raggiunto: il divario tra esportazioni e importazioni statunitensi si appiattì. Ciò aiutò gli esportatori statunitensi contribuendo al boom del mercato azionario.
I sistemi di trading e la portfolio insurance
A quel tempo, l’utilizzo di sistemi informatici su larga scala era ancora una strategia relativamente nuova a Wall Street. Le conseguenze di un sistema in grado di piazzare migliaia di ordini durante un crash non erano mai state testate.
La portfolio insurance, una strategia di trading automatizzato, sembra essere stata al centro dell’esacerbazione del crollo del Black Monday. La strategia mirava a proteggere un portafoglio di azioni vendendo allo scoperto future su indici azionari.
I programmi iniziarono automaticamente a liquidare le azioni quando venivano raggiunti determinati obiettivi di perdita, spingendo i prezzi al ribasso. Si verificò una spirale di vendite, con i mercati in calo che continuavano ad attivare sempre più ordini stop. Poiché gli stessi programmi disattivavano automaticamente anche tutti gli acquisti, le offerte svanirono praticamente nello stesso momento.
I segnali prima del crollo
Il mercato azionario e l’economia stavano divergendo. Nei cinque anni precedenti l’ottobre 1987, il Dow Jones era più che triplicato. Il Louvre Accord sostituì il Plaza Accord nel febbraio 1987. In base a questo accordo, le nazioni del G5 decisero di stabilizzare i tassi di cambio.
La Fed inasprì la politica monetaria per fermare la pressione al ribasso sul dollaro nel secondo e terzo trimestre del 1987. Come risultato, la crescita dell’offerta di moneta statunitense crollò di oltre il 50% da gennaio a settembre.
Gli operatori di mercato erano consapevoli di questi problemi. La portfolio insurance portò però un falso senso di fiducia. Infatti, secondo molti, avrebbe evitato una significativa perdita nel caso il mercato fosse crollato. Ciò finì per alimentare un’eccessiva assunzione di rischi, che diventò evidente solo quando le azioni iniziarono a indebolirsi.
Le cause del Black Monday
I sistemi di trading si presero gran parte della colpa per il crollo, che si fermò il giorno successivo grazie al blocco degli scambi. In seguito il mercato risalì piuttosto velocemente verso i massimi da cui era appena precipitato.
Sebbene il trading di programmi abbia contribuito notevolmente al crollo, il catalizzatore esatto è ancora sconosciuto. Con complesse interazioni tra valute e mercati internazionali, è probabile che sorgano degli intoppi.
Dopo l’incidente, gli exchange implementarono delle precauzioni per rallentare l’impatto delle irregolarità nella speranza che i mercati abbiano più tempo per correggere problemi simili in futuro.
Può il Black Monday verificarsi ancora?
Qualcosa di simile al Black Monday può ancora accadere. Dal 1987, sul mercato sono stati integrati numerosi meccanismi di protezione per prevenire i panic selling. Tuttavia, gli algoritmi di trading ad alta frequenza (HFT) guidati dai supercomputer spostano un volume enorme in pochi millisecondi. Per questo motivo gli HFT possono contribuire all’aumento della volatilità.
Il flash crash del 2010 è stato il risultato dell’HFT, che ha mandato il mercato azionario in calo del 7% in pochi minuti. Il mercato azionario ha vissuto diversi momenti di volatilità dal 2010. L’aumento della tecnologia ha introdotto rischi maggiori sui mercati.
