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Repricing dei tassi: cosa cambia davvero questa settimana

USA – Inflazione che scende, lavoro che regge: ecco perché i tagli tornano credibili Negli Stati Uniti il dato chiave della settimana è stato il CPI, perché ha tolto pressione alla Fed senza dare l’idea di un’economia che si sta rompendo. L’inflazione headline rallenta al

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Sotto la superficie dei mercati: cosa dicono i dati

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Mercati sotto la superficie: cosa raccontano davvero i dati

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Il nuovo equilibrio dei mercati: meno crescita, inflazione più lenta a scendere

USA – Crescita sotto attese, inflazione che non collabora

Negli Stati Uniti la settimana mette insieme due segnali che complicano la vita alla Fed. La crescita rallenta più del previsto: il PIL del Q4 sale +1,4% annualizzato contro attese +2,5%, e lo shutdown viene stimato con un impatto di circa -1 punto percentuale. Il risultato è un’economia che tiene, ma che perde slancio proprio mentre il mercato iniziava a pensare a una seconda parte d’anno più facile.

La composizione del PIL spiega perché il numero finale si sia abbassato. I consumi restano positivi ma scendono a +2,4% dal +3,5% del trimestre precedente. E l’estero gira contro: le esportazioni passano a -0,9% dopo +9,6% nel Q3. In sintesi, la domanda privata non collassa, ma non spinge più, e basta che il commercio estero giri in negativo per comprimere la crescita.

Il problema è che, mentre la crescita rallenta, i prezzi non fanno il favore di raffreddarsi. Il PCE è a +2,9% e il mensile stampa +0,4% contro attese +0,3%. È il tipo di sorpresa che non blocca i tagli, ma li rende meno automatici: con un mensile così, la Fed può permettersi di essere più lenta, soprattutto se il lavoro resta ordinato.

E infatti il lavoro, per ora, non dà segnali di stress. Le initial claims scendono a 206.000 e la disoccupazione resta al 4,1%. Con questo mix, i rendimenti reagiscono: il 2 anni è a 3,468% e il 10 anni a 4,087%, in un mercato che ricalibra l’idea di “tagli facili”. La Fed è ferma nel range 3,5% – 3,75% e, dopo aver già tagliato 0,75 punti a fine 2025, il messaggio implicito è chiaro: prima di accelerare serve vedere l’inflazione scendere davvero.

Lettura macro :
Crescita sotto attese (+1,4% vs +2,5%) e PCE mensile sopra attese (+0,4% vs +0,3%) è la combinazione che riporta cautela sul ritmo dei tagli. Il lavoro regge (claims 206k, disoccupazione 4,1%), quindi la Fed non ha urgenza. Per i mercati significa aspettative più sensibili ai prossimi dati e rendimenti pronti a risalire quando l’inflazione non collabora.

EUROPA – PMI sopra 50, ma il messaggio è “normalizzazione”, non boom

In Europa la settimana non gira su CPI e BCE, ma sui PMI flash di febbraio, e qui il segnale è abbastanza chiaro: l’area resta in espansione, e la manifattura torna a respirare. Il composito dell’Eurozona sale a 51,9 da 51,3, sopra attese 51,5. Non è un numero da euforia, ma è un numero che dice continuità: il ciclo non si sta spegnendo, sta cercando una traiettoria più stabile.

La parte interessante è la manifattura, perché è lì che spesso si decide se l’Europa può avere un minimo di slancio autonomo. Il PMI manifatturiero dell’Eurozona risale a 50,8, da 49,5, e soprattutto batte le attese (50,0). Il messaggio qui è semplice: si esce dalla zona di contrazione e si entra nella soglia che separa “si riduce attività” da “si espande”. Nei servizi, invece, non cambia molto: 51,8 contro 51,6 precedente e appena sotto il previsto 51,9. Tradotto: la crescita c’è, ma non viene da una corsa dei consumi, viene da una manifattura che smette di essere un freno.

La Germania rafforza il quadro, e lo fa in modo più netto del previsto. Il composito sale a 53,1 da 52,1, sopra attese 52,3. E anche qui la manifattura torna sopra 50: 50,7 da 49,1, contro un previsto 49,5. Nei servizi, il miglioramento è evidente: 53,4, ben sopra 52,4. È un dato che conta perché la Germania è spesso l’anello che decide se l’Eurozona può muoversi in modo più sincronizzato.

Lettura macro :
I PMI raccontano un’Europa che si stabilizza: Eurozona composito 51,9 e manifattura 50,8 riportano il ciclo sopra 50, mentre i servizi restano regolari a 51,8. La Germania è il pezzo forte: composito 53,1 e manifattura 50,7 indicano miglioramento più diffuso. Non è ripartenza potente, ma è un passo concreto verso una crescita meno fragile.

UK – Inflazione in calo, ma lavoro più fragile e BoE ancora prudente

Nel Regno Unito il dato che fa notizia è l’inflazione, perché scende in modo netto e cambia il tono del breve. A gennaio il CPI rallenta al 3,0% dal 3,4% di dicembre, in linea con le attese. Anche la core si muove nella stessa direzione: 3,1% da 3,2%. È il livello più basso da marzo 2025, quindi non è solo un decimale: è un segnale che il processo di rientro continua e che i picchi sono più lontani.

Il secondo pezzo, però, è il lavoro, e qui il quadro è meno comodo. La disoccupazione sale al 5,2% nei tre mesi fino a dicembre dal 5,1% precedente, con una disoccupazione giovanile al 16,1%. Allo stesso tempo la crescita dei salari si raffredda: 4,2% da 4,4%. Non è un crollo, ma è un mix coerente con un mercato del lavoro che perde equilibrio mentre l’inflazione scende, ed è esattamente il punto che la BoE deve gestire.

Con i tassi a 3,75%, la banca centrale resta prudente, ma l’idea di ulteriori tagli da 25 bps torna a essere credibile proprio perché il CPI scende e i salari rallentano. La sterlina reagisce subito: GBP/USD scende a 1,3562 dopo i dati, segno che il mercato legge il rientro dell’inflazione come più spazio per allentare, non come forza economica.

Lettura macro :
UK vede un CPI che scende a 3,0% (core 3,1%) e apre spazio a una BoE meno rigida. Ma il lavoro si indebolisce: disoccupazione 5,2% e salari 4,2% rendono la traiettoria più delicata. Il messaggio è “più margine per tagliare”, ma con un’economia che va protetta dal rischio di raffreddamento eccessivo.

ASIA – Giappone: inflazione che rientra, crescita che non decolla

In Asia il Giappone manda un segnale che, per mesi, il mercato aspettava: l’inflazione headline scende all’1,5% a gennaio, il minimo da marzo 2022, e si interrompe una striscia di 45 mesi sopra il 2%. Anche la misura core (esclusi i fresh food) rallenta al 2,0% dal 2,4%, minimo da gennaio 2024. Non è deflazione, ma è un rientro netto rispetto alla narrativa “prezzi sempre caldi”, e rende più credibile l’idea che la BOJ non debba accelerare troppo.

Sotto la headline, il raffreddamento è ancora più chiaro. La core-core (esclusi fresh food ed energia) scende al 2,6% dal 2,9%. I beni rallentano all’1,6% dal 2,7%, minimo da agosto 2021, mentre i servizi restano stabili all’1,4%. In pratica, il rientro non è solo energia: la parte più “ciclica” sta perdendo pressione. Però c’è un dettaglio che spiega perché il tema inflazione non sparisce: i prezzi del riso sono ancora +27,9%, anche se in rallentamento per l’ottavo mese. È la classica situazione in cui il dato complessivo migliora, ma alcune componenti restano politicamente sensibili.

Sul fronte crescita, invece, la ripresa è debole. Il PIL del Q4 fa appena +0,1% q/q, dopo -0,7% nel Q3, ma sotto le attese di +0,4%. Su base annua è +0,2% contro attese +1,6%. Tradotto: l’economia smette di peggiorare, ma non accelera, e questo rende coerente una BOJ cauta. Lo yen nel frattempo si indebolisce di 0,25% a 153,06, segno che il mercato non sta ancora prezzando un cambio di regime aggressivo.

Lettura macro :
Il Giappone vede l’inflazione rientrare: headline 1,5%, core 2,0% e core-core 2,6% riducono la pressione sulla BOJ. Ma la crescita resta fragile: PIL Q4 +0,1% q/q e +0,2% a/a sotto attese. In questo mix, la BOJ può permettersi cautela, e lo yen a 153,06 riflette un mercato che non compra ancora una normalizzazione rapida.

ENERGIA – Premio geopolitico che rientra, ma il mercato resta sensibile al timing

Sull’energia il tema della settimana è stato più geopolitico che ciclico, e infatti il messaggio non arriva da un dato di domanda, ma dal modo in cui il mercato prezza il rischio. SI parla di una finestra molto stretta: un ultimatum di 15 giorni, con la stessa idea ripetuta come deadline 10-15 giorni. Quando il rischio si concentra in un arco così breve, l’energia tende a muoversi più per premio geopolitico che per fondamentali, e la volatilità diventa una questione di calendario, non di scorte o consumi.

C’è anche un richiamo storico che serve a dare misura: si cita un accumulo di truppe “il più grande dal 2003”. Non è un numero di barili, ma è un numero che il mercato legge come probabilità di escalation, e quindi come possibile shock sul prezzo. Ed è per questo che, anche senza avere un prezzo puntuale nel blocco geopolitico, la narrativa energia rimane “risk first”.

I livelli: WTI intorno a $66 e Brent intorno a $71, entrambi in rialzo di oltre 5% nella settimana. Sono numeri coerenti con un mercato che ha riaggiunto premio, ma senza entrare in modalità panico. Non è un rally da scarsità immediata, è un rialzo da rischio che viene ri-prezzato.

Lettura macro :
Energia guidata dal rischio: finestra 10-15 giorni e riferimento al 2003 aumentano la sensibilità del mercato al timing. I prezzi riflettono premio geopolitico più che domanda: WTI ~$66 e Brent ~$71, entrambi oltre +5% settimanale. In questo contesto basta poco per muovere il petrolio, anche senza segnali macro nuovi.

METALLI – Oro sopra 5.000, ma il messaggio è “consolidamento”, non fuga

Sui metalli il focus resta l’oro, e il modo in cui si muove è più importante del singolo tick. Il prezzo si trova in consolidamento sopra i $5.000, con un’apertura di settimana a $5.020 e una chiusura a $5.037. È un movimento che vale +0,79% nella giornata citata, quindi non una fiammata da panico, ma una progressione ordinata: il mercato sta tenendo livelli elevati, non inseguendo nuovi massimi ogni ora.

Il contesto aiuta a capire perché la parola giusta sia “consolidamento”. A gennaio si cita un picco oltre $5.600, seguito da una fase di rientro iniziale nell’area 4.900-5.000. Da lì l’oro torna a stabilizzarsi, con una performance mensile indicata a +4,28% e una annuale a +71,68%. Numeri così alti spiegano perché il mercato, anche quando sale, non sembra “euforico”: quando un asset ha già fatto quel tipo di corsa, spesso la fase più importante diventa tenere livelli, non accelerare.

Il range principale 5.000-5.100, con supporti a 4.900/4.850 e resistenze tra 5.100-5.300. Non è una previsione, è una mappa: finché resta sopra i 5.000 l’oro comunica stabilità, se torna sotto 4.900 il mercato inizia a rimettere in discussione il trend di breve.

Lettura macro :
Oro in fase di consolidamento: sopra $5.000, da $5.020 a $5.037 e +0,79% nel giorno. Dopo un picco oltre $5.600 e un rientro in area 4.900-5.000, il mercato sembra più interessato a difendere livelli che a inseguire nuovi massimi. Range 5.000-5.100 con supporti 4.900/4.850 e resistenze 5.100-5.300.

FX – Euro sotto pressione: rischio e tassi fanno più dei fondamentali

Sul forex il movimento più pulito della settimana è sull’euro, perché il mercato lo tratta come valuta sensibile al rischio e ai differenziali, non come “story di crescita”. EUR/USD scende fino a 1,1765, un minimo di un mese, e chiude una settimana a -0,8%. Il dettaglio che conta è la continuità: viene descritto come l’ottavo calo in 9 sedute. Quindi non è un singolo episodio, è un flusso che si sta accumulando.

Dentro le opzioni, il messaggio è ancora più diretto: lo strike put più usato è 1,17, e la domanda si concentra verso 1,15. In uno scenario di escalation, viene citato 1,16 come livello possibile. Questi numeri non sono “previsioni”, sono livelli dove il mercato sta pagando protezione, quindi dicono dove si concentra l’ansia. E il fatto che l’euro venga descritto come ancora sopra fair value di circa 1% rafforza l’idea che, quando il rischio sale, l’aggiustamento può continuare senza bisogno di nuovi dati macro.

Sul dollaro il segnale è più tenue ma coerente: il DXY è indicato circa -0,3% sui 5 giorni. Questo ti dice che non è solo “super dollaro”, è un euro che perde terreno in un contesto in cui il mercato preferisce pagare protezione e ridurre esposizione.

Lettura macro :
EUR/USD a 1,1765 e -0,8% settimanale raccontano un euro trattato come valuta risk-sensitive. Le opzioni confermano: strike 1,17, domanda verso 1,15, livello 1,16 in caso di escalation. Con DXY solo -0,3%, il driver è più euro debole che dollaro dominante.

TAKEAWAY FINALE – Il mercato torna a guardare il “mix”, non il singolo dato

  • USA: crescita sotto attese, inflazione più appiccicosa del previsto. PIL Q4 +1,4% contro +2,5%, mentre il PCE mensile stampa +0,4% contro +0,3% atteso. Con claims a 206k e disoccupazione 4,1%, la Fed può aspettare: non taglia per urgenza, ma deve anche vedere i prezzi rientrare davvero.
  • Europa: miglioramento reale, ma “normalizzazione”, non ripartenza. Eurozona composito 51,9 e manifattura 50,8 riportano l’area sopra 50, con la Germania più forte (composito 53,1, manifattura 50,7). È un passo avanti concreto, ma ancora da ciclo moderato.
  • UK: inflazione giù, lavoro più fragile. CPI a 3,0% da 3,4%, core 3,1%, ma disoccupazione 5,2% e salari 4,2%. Con BoE a 3,75%, il tema diventa il timing dei tagli, non la direzione.
  • Giappone: inflazione rientra, crescita debole. CPI headline 1,5%, core 2,0%, ma PIL Q4 solo +0,1% q/q e +0,2% a/a. Meno pressione sulla BOJ, ma economia che non accelera.
  • Energia e FX guidati dal rischio. Finestra geopolitica 10-15 giorni e oil in rialzo: WTI ~$66, Brent ~$71, oltre +5% settimanale. EUR/USD scende a 1,1765 (settimana -0,8%) con strike chiave 1,17 e domanda verso 1,15.
  • Metalli: oro alto, ma in consolidamento. Sopra $5.000, da $5.020 a $5.037, con un range di lavoro 5.000-5.100 e supporti 4.900/4.850. Non è fuga, è tenuta di livelli dopo una corsa forte.

MARCO CASARIO

Gli italiani sono tra i popoli più ignoranti in ambito finanziario.

Non per scelta ma perché nessuno lo ha mai insegnato. Il mio scopo è quello di educare ed informare le persone in ambito economico e finanziario. Perché se non ti preoccupi dell'economia e della finanza, loro si occuperanno di te.

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