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Quando l’inflazione non molla: cosa cambia per tassi e mercati

USA – Prezzi alla produzione che accelerano, ciclo che rallenta a macchia di leopardo Negli Stati Uniti il dato che ha dominato la settimana è stato il PPI, perché ha rimesso tensione sul tema “quanto è davvero finita l’inflazione”. L’indice headline sale +2,9% a/a contro

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Repricing dei tassi: cosa cambia davvero questa settimana

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Sotto la superficie dei mercati: cosa dicono i dati

🇺🇸 USA – Il lavoro si svuota sotto la superficie Negli Stati Uniti il messaggio della settimana arriva tutto dal mercato del lavoro, ed è meno rassicurante di quanto sembri in headline. I JOLTS di dicembre scendono a 6,54 milioni di posizioni aperte, ben sotto

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Mercati sotto pressione: il petrolio sale mentre la crescita perde slancio

🇺🇸 USA – Inflazione ancora gestibile, ma la crescita entra nella crisi energetica già indebolita

Negli Stati Uniti il PIL del quarto trimestre è stato rivisto bruscamente al ribasso a +0,7% annualizzato, contro una stima precedente di +1,4% e attese di +1,5%. Il confronto con il trimestre prima è ancora più netto: allora la crescita correva al +4,4%. Su base annua, l’economia USA ha chiuso il 2025 a +2,1%, sotto il +2,8% del 2024. Anche la domanda privata sta rallentando: i consumi crescono del 2,0% nel trimestre, in frenata dal 3,5% del terzo trimestre, mentre le vendite private ai residenti nazionali aumentano solo dell’1,9%, un punto pieno in meno rispetto al trimestre precedente. È il classico quadro di un’economia che non crolla, ma che entra in una fase più fragile proprio mentre l’energia torna a pesare.

E qui si inserisce la Fed, che si ritrova nel punto più scomodo possibile. L’inflazione “vera” per la banca centrale, il PCE headline, sale dello 0,3% a gennaio e si porta al 2,8% annuo, mentre il core PCE accelera dello 0,4% mensile e del 3,1% annuo, cioè 0,1 punti percentuali sopra dicembre. Questo significa che il quadro inflazionistico non era affatto risolto nemmeno prima del Medio Oriente.

Anzi, la crisi energetica rischia di trasformare un problema già serio in un grattacapo ancora più complesso, tanto che alcuni strategist arrivano a dire che la Fed potrebbe non tagliare affatto nel 2026 e persino riaprire il discorso sui rialzi a fine anno. Intanto i segnali ciclici restano misti: gli ordini di beni durevoli a gennaio sono fermi allo 0,0%, ben sotto l’+1,3% atteso, anche se al netto dei trasporti salgono dello 0,4%. I jobless claims scendono a 213.000, con media a quattro settimane a 212.000 e continuing claims in calo a 1,85 milioni, segno che i licenziamenti restano contenuti. Ma è proprio questo il paradosso americano: il lavoro non segnala ancora recessione, mentre crescita e inflazione raccontano già un’economia molto meno comoda di qualche mese fa.

👉 Lettura macro: gli Stati Uniti non stanno entrando in recessione, ma arrivano allo shock petrolifero con una crescita già rallentata e un’inflazione core ancora troppo alta. È questo che rende il quadro pericoloso: non un’economia debole in senso assoluto, ma un’economia che perde slancio proprio mentre il costo dell’energia rischia di riaccendere i prezzi.

🇪🇺 Europa – L’industria tedesca inciampa proprio mentre l’energia rimette pressione alla BCE

In Europa il problema è che i dati reali e il rischio inflazione stanno tornando a muoversi nella direzione sbagliata allo stesso tempo. La Germania, che dovrebbe essere il primo termometro della ripresa industriale dell’area, parte male: gli ordini industriali di gennaio crollano dell’11,1% mese su mese, molto peggio del -4,5% atteso, interrompendo quattro rialzi consecutivi. È vero che, tolte le grandi commesse, il calo si riduce al -0,4%, quindi il dato headline è parzialmente distorto. Ma anche la produzione industriale sorprende in negativo, con un -0,5% m/m contro attese di +1,0%, e il dettaglio peggiora ulteriormente il quadro: la produzione di metalli scende del 12,4%. In pratica, il recupero degli ordini non si è ancora trasformato in attività concreta. La scintilla c’è stata, ma il motore non si è acceso.

Questo conta ancora di più perché l’Eurozona non arriva da una fase di crescita robusta. Il quarto trimestre 2025 si è chiuso con appena +0,2%, e secondo il sondaggio Reuters l’economia dell’area dovrebbe espandersi solo tra +0,3% e +0,4% nel corso del 2026, con una crescita annua prevista all’1,2%. Non è stagnazione piena, ma è una base troppo debole per assorbire serenamente un nuovo shock energetico. E infatti è proprio qui che torna la BCE. Il deposit rate resta al 2% e 67 economisti su 72 continuano a vedere i tassi fermi fino a fine 2026. Però il mercato sta iniziando a dubitarne: lo Schatz tedesco a 2 anni è salito di circa 40 punti base, i futures prezzano un rialzo pieno entro fine luglio e circa il 55% di probabilità di un secondo rialzo entro dicembre. Questo ti dice che il mercato non sta più ragionando su “quando taglierà la BCE?”, ma su “e se fosse costretta a tornare più hawkish?”.

Il motivo è semplice: il petrolio, dall’inizio della guerra, è salito fino a circa +70% e resta ancora +45% sopra i livelli precedenti, mentre l’euro si è indebolito di quasi il 3% contro il dollaro. È una combinazione pesante per un’area importatrice netta di energia. Non a caso le previsioni d’inflazione sono già state ritoccate: il CPI, salito all’1,9% dall’1,7% di gennaio, è visto ora in media al 2,3% il prossimo trimestre, contro l’1,9% di questo trimestre, e al 2,0% sull’intero anno, rispetto all’1,8% del sondaggio precedente. La BCE sa bene che il 2026 non è il 2022, ma sa anche che il 2022 ha lasciato un trauma istituzionale profondo: nessuno a Francoforte vuole ripetere l’errore di sottovalutare uno shock energetico che poi si trasforma in inflazione persistente.

👉 Lettura macro: l’Europa si ritrova nel punto più scomodo. La crescita è troppo debole per assorbire uno shock, ma l’energia torna abbastanza forte da impedire alla BCE di sentirsi davvero tranquilla. È questo il nodo: non un continente in crisi, ma un continente che resta vulnerabile proprio quando i mercati avevano iniziato a prezzare normalità.

🌏 Asia – Giappone meglio del previsto, ma l’energia sporca il quadro. Intanto il resto dell’Asia resta sospeso tra banche centrali e Cina debole

In Asia la storia della settimana non è lineare, perché i numeri giapponesi dicono una cosa, ma il contesto geopolitico ne suggerisce subito un’altra. Il PIL del Giappone nel quarto trimestre viene rivisto al rialzo a +1,3%, ben sopra la stima preliminare di +0,2% e leggermente meglio anche del +1,2% atteso. Su base trimestrale non annualizzata la crescita è del +0,3%, contro il +0,1% iniziale. Il motore è soprattutto interno: il capex sale del +1,3%, contro una prima lettura di +0,2% e sopra l’+1,1% previsto, mentre i consumi privati vengono rivisti a +0,3% dal precedente +0,1%. Anche il contributo della domanda interna sale a +0,3 punti percentuali, mentre la domanda estera resta neutra.

Tradotto: il Giappone chiude il 2025 con una crescita più credibile del previsto e con una domanda domestica che, almeno nei conti trimestrali, continua a reggere.

Il problema è che i dati più vicini nel tempo raccontano un quadro meno pulito. A gennaio la spesa delle famiglie scende del -1,0% su base annua, segnale che il consumatore giapponese resta vulnerabile proprio mentre il conflitto in Medio Oriente rimette pressione sui costi energetici. È qui che la narrativa cambia: finché guardi il PIL revisionato, il Giappone sembra tenere; appena guardi i dati di gennaio, capisci che prezzi più alti su benzina ed energia possono raffreddare rapidamente consumi e investimenti. Se le importazioni energetiche resteranno disturbate dopo aprile, il colpo potrebbe trasferirsi sia alla spesa delle famiglie sia al capex. Ed è proprio per questo che la BoJ, pur senza abbandonare la sua inclinazione verso rialzi graduali, resta prudente: il mercato la vede ferma allo 0,75%, con giugno ancora più probabile di aprile per un eventuale nuovo passo.

Nel resto dell’Asia la situazione è altrettanto sfumata. In Australia il mercato ha caricato in modo aggressivo l’idea di un rialzo della RBA: Si parla di una probabilità intorno al 70% per un hike il 17 marzo, ma proprio questo rende il posizionamento più fragile. È il classico caso da “buy the rumor / sell the fact”: se la banca centrale dovesse scegliere di aspettare, la correzione sull’AUD potrebbe essere rapida, soprattutto in un contesto di risk-off globale. A Taiwan, invece, il quadro è più ordinato: il mercato si aspetta tassi fermi con benchmark al 2%, coerenti con un’economia ancora sostenuta dall’export tecnologico e con un’inflazione sotto controllo. In Cina, infine, il problema resta sempre lo stesso dati attesi “misti”, con retail solo in lieve recupero, investimenti fissi deboli, produzione industriale come punto relativamente migliore e housing ancora in deterioramento. È una ripartenza sbilanciata, più appoggiata su export e industria che sui consumi domestici.

👉 Lettura macro: l’Asia non manda un messaggio unico. Il Giappone mostra che la crescita di fine 2025 era più forte del previsto, ma entra nel 2026 con consumi già sotto pressione. L’Australia rischia volatilità da eccesso di aspettative sulla RBA. Taiwan resta un buon termometro del ciclo tech, mentre la Cina continua a muoversi senza una vera ripartenza della domanda interna. In altre parole: l’Asia regge, ma il vero driver resta ancora il premio geopolitico, non la forza autonoma del ciclo

🛢 Energia – Il mercato non guarda più i barili, guarda Hormuz

Sul petrolio il messaggio è diventato molto semplice: finché Hormuz resta il collo di bottiglia, il mercato continua a prezzare rischio. Il Brent è tornato vicino a 100 dollari, dopo un balzo del 9,2% in una sola seduta, e questa settimana ha oscillato in un range di circa 38 dollari, il più ampio mai registrato. Il punto non è la mancanza di petrolio in assoluto, ma il fatto che dallo stretto transitano circa 20 milioni di barili al giorno, con almeno 15 milioni b/g potenzialmente compromessi anche considerando i bypass parziali di Arabia Saudita ed Emirati.

L’IEA ha annunciato un rilascio record fino a 400 milioni di barili, ma il mercato non si è calmato: se il problema è il passaggio fisico delle navi, lo SPR è un cerotto, non una soluzione. Intanto in Europa il stress si vede già nei prodotti raffinati, con il jet fuel sopra i 200 dollari al barile, e nel gas, perché il rischio Medio Oriente si trasmette subito a inflazione e margini industriali. In pratica: finché non si normalizza Hormuz, il petrolio resta un mercato puramente geopolitico.

👉 Lettura macro: oil alto oggi non è una storia di domanda forte, ma di logistica bloccata e premio rischio. Ed è proprio questo che lo rende più pericoloso per banche centrali e mercati.

💱 FX – Con oil alto e azioni deboli, il dollaro torna a essere la scelta più semplice

Sul mercato valutario il driver della settimana è stato soprattutto uno: energia su, equity giù, dollaro più forte.

Con Brent vicino a 100 dollari, future azionari tra -0,5% e -1% e repricing Fed, il set-up torna favorevole all’USD. Non a caso il mercato guarda a un 2Y USD swap +25 bps dall’inizio del conflitto, mentre sull’Europa il cambio si fa più fragile: EUR/USD resta sotto pressione e il livello chiave diventa 1,150, con supporto successivo in area 1,140 se il movimento accelera.

La sterlina soffre un problema diverso: il mercato sta diventando troppo hawkish sulla BoE, con 2Y GBP swap +50 bps dall’inizio del conflitto e pricing che ormai guarda a zero tagli entro fine anno. Questo rende il pound vulnerabile a una correzione se il tono della banca centrale o la geopolitica si ammorbidiscono. In Asia, invece, l’AUD tiene grazie al pricing aggressivo sulla RBA, con circa 70% di probabilità di hike il 17 marzo, ma resta esposto a un classico “sell the fact” se l’istituto sarà più prudente del previsto.

👉 Lettura macro: in questa fase il FX non sta premiando le storie pulite di crescita, ma le valute che reggono meglio uno shock energetico e un contesto risk-off. E oggi quella valuta resta il dollaro.

🧭 Takeaway finale – Il mercato non teme ancora la recessione, teme l’incastro

Questa settimana il quadro macro non racconta un’economia globale che crolla. Racconta qualcosa di più scomodo: una crescita già fragile che ora deve assorbire un nuovo shock energetico. Gli Stati Uniti arrivano al petrolio alto con un PIL rivisto al ribasso e un’inflazione core ancora troppo elevata. L’Europa ha un’industria debole e una BCE che non può più permettersi troppa tranquillità. Il Giappone mostra un PIL migliore del previsto, ma consumi già in affanno.

Il punto quindi non è “siamo in recessione?”. Il punto è che il sistema ha meno margine di errore. E quando il margine si restringe, bastano petrolio alto, valute sotto pressione e banche centrali più rigide per trasformare un rallentamento gestibile in un problema molto più grande.

MARCO CASARIO

Gli italiani sono tra i popoli più ignoranti in ambito finanziario.

Non per scelta ma perché nessuno lo ha mai insegnato. Il mio scopo è quello di educare ed informare le persone in ambito economico e finanziario. Perché se non ti preoccupi dell'economia e della finanza, loro si occuperanno di te.

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