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Quando l’inflazione non molla: cosa cambia per tassi e mercati

USA – Prezzi alla produzione che accelerano, ciclo che rallenta a macchia di leopardo Negli Stati Uniti il dato che ha dominato la settimana è stato il PPI, perché ha rimesso tensione sul tema “quanto è davvero finita l’inflazione”. L’indice headline sale +2,9% a/a contro

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Quando l’inflazione non molla: cosa cambia per tassi e mercati

USA – Prezzi alla produzione che accelerano, ciclo che rallenta a macchia di leopardo

Negli Stati Uniti il dato che ha dominato la settimana è stato il PPI, perché ha rimesso tensione sul tema “quanto è davvero finita l’inflazione”. L’indice headline sale +2,9% a/a contro attese +2,6%, mentre la core si porta a +3,6% a/a da +3,3%, ben sopra il +3,0% previsto. Ma è soprattutto il ritmo mensile a far rumore: +0,5% m/m headline contro +0,3% atteso, e core addirittura +0,8% m/m contro +0,3%, dopo un +0,6% a dicembre. Il messaggio è che la disinflazione non è lineare: a livello “di filiera” i costi possono ancora riaccelerare.

Dentro il PPI si vede anche la natura del problema. I prezzi dei servizi salgono +0,8% m/m, massimo da luglio 2025, mentre i beni scendono -0,3% m/m. Quindi non è un ritorno dell’inflazione dei beni, è la componente servizi che torna a spingere. E quando sono i servizi a muoversi così, la Fed tende a fidarsi meno del “rientro automatico”. È anche per questo che il mercato ha letto il dato come un segnale di tassi più alti più a lungo, non come una semplice deviazione.

Sul lavoro, invece, non c’è un allarme. Le initial claims sono 212.000, sopra di 4.000 sulla settimana, ma sotto le attese di 217.000. La media a quattro settimane è 220.250. E il mercato del lavoro rimane sufficientemente solido da non imporre alla Fed una svolta difensiva: a gennaio i job gains sono 130.000 e la disoccupazione scende al 4,3% dal 4,4%. Tradotto: inflazione di filiera che accelera, ma lavoro che non cede. È la combinazione che rende più difficile immaginare tagli rapidi.

Il lato “ciclo” arriva dagli ordini. I factory orders di dicembre scendono -0,7%, in linea con un quadro di domanda meno brillante, e peggio delle attese (-0,6%), dopo il rimbalzo di +2,7% del mese precedente. Non è un crollo, ma è un dato che si incastra bene nella storia della settimana: mentre i prezzi alla produzione accelerano, alcune misure di attività iniziano a perdere ritmo, e questo crea un equilibrio scomodo.

La reazione di mercato è stata coerente con questa frizione. L’equity scende, con S&P 500 -0,87%, Dow -1,38%, Nasdaq -1,09%. Il mercato non sta prezzando recessione immediata, sta prezzando un sentiero di tassi che si allunga, e quindi multipli meno comodi.

Lettura macro :
Il PPI riaccende il tema inflazione: core +3,6% a/a e +0,8% m/m contro attese +0,3% rendono più difficile parlare di tagli facili. Il lavoro regge (claims 212k, disoccupazione 4,3%), quindi non c’è urgenza di allentare. Con factory orders -0,7% il ciclo non accelera, e l’equity paga il mix: crescita che rallenta a tratti, prezzi che restano “duri”.

EUROPA – Germania: inflazione più bassa, ma la core resta il punto sensibile

In Europa il blocco numerico più pulito arriva dalla Germania, e il messaggio è di disinflazione che continua, ma senza sparire del tutto nella parte più appiccicosa. Il CPI tedesco rallenta all’1,9% a/a dal 2,1%, con un +0,2% m/m. Anche l’HICP preliminare scende al 2,0% a/a con +0,4% m/m, sotto le attese di 2,1% a/a e +0,5% m/m. Sono numeri che aiutano la narrativa “pressione in calo”, perché battono le attese e riportano l’headline su livelli più gestibili.

Il dettaglio, però, è che la core tedesca resta a 2,5% (ex food & energy). È qui che si capisce perché il mercato non può trattare l’inflazione come problema chiuso: l’headline scende, ma la parte più legata a domanda e servizi rimane sopra il 2% in modo evidente. In altre parole, l’Europa ha meno pressione rispetto ai mesi peggiori, ma non è ancora in un regime di inflazione perfettamente “neutrale”.

Sul contesto Eurozona, un’inflazione di gennaio a 1,7% (minimo a 16 mesi). È un numero che rafforza l’idea di disinflazione in corso, ma la lettura operativa resta simile: la discesa dell’headline è credibile, il tema vero resta quanto rapidamente rientra la componente core.

Lettura macro :
Germania in disinflazione: CPI 1,9% a/a e HICP 2,0% a/a, entrambi sotto attese, indicano pressione in calo. Ma la core a 2,5% ricorda che la parte “appiccicosa” non è ancora rientrata del tutto. In Eurozona l’headline a 1,7% rafforza il quadro, ma il mercato continuerà a guardare la core per capire quanto spazio reale c’è per una policy più morbida.

ASIA – Australia ancora troppo calda, Giappone più morbido, Cina e Corea come variabili di scenario

In Asia il blocco più “market moving” è l’Australia, perché l’inflazione non scende come il mercato sperava e riaccende il tema RBA. A gennaio il CPI fa +0,4% m/m contro attese +0,3%, con un annuo al 3,8%. Anche la trimmed mean non aiuta: +0,3% m/m e 3,4% a/a, in risalita dal 3,3%. La fotografia è chiara: siamo ancora fuori dalla banda target 2%-3% è il settimo mese consecutivo sopra target. In questo contesto la pressione sulla RBA resta alta, e infatti la probabilità di un rialzo a maggio sale all’80% dal 76%, con cash rate già a 3,85% dopo un aumento di 25 bps.

Il dettaglio delle componenti spiega perché il dato è ostinato. L’inflazione non-tradable sale al 4,9% dal 4,6%: è la parte più domestica, quella che di solito rientra lentamente. Dentro ci sono numeri che pesano sul carrello: elettricità +32,2%, nuove abitazioni +3,5%, affitti +3,9%. Anche la separazione goods e services resta alta: beni 3,8%, servizi 3,9% (da 4,1%). Il mercato reagisce in modo coerente: AUD +0,2% a 0,7073, e i 3Y bond futures scendono di 4 ticks a 95,71. È il classico set up da “più tassi, più a lungo”.

Il Giappone, invece, va nella direzione opposta sui prezzi. La Tokyo CPI core rallenta all’1,8% a/a dal 2,0%. In parallelo l’attività reale non è debole nel breve: produzione industriale +2,2% m/m e vendite retail +4,1% a gennaio. È una combinazione che non urla “crisi”, ma che rende più credibile una BOJ prudente: si parla di rialzo più probabile a giugno e di una normalizzazione più avanti nel 2026, quindi una traiettoria lenta, non aggressiva.

Su Cina e Corea, i numeri entrano più come “scenario” che come dato spot. La Cina si avvicina alle Two Sessions del 4 marzo, con ipotesi di target crescita sopra 4,5% e un PMI manifatturiero in area 49,1, quindi ancora sotto 50. La Corea resta sensibile al ciclo tech: esportazioni di semiconduttori indicate a +134% (20-day), CPI verso 2,2%, e la BoK attesa in pausa a 2,5%. Sono variabili che non guidano da sole il mercato, ma aiutano a leggere il contesto regionale: Australia con inflazione domestica alta, Giappone con inflazione che rientra, Cina sotto 50 sul PMI, Corea agganciata al ciclo dei chip.

Lettura macro :
Asia divisa: Australia resta troppo calda con CPI 3,8% a/a e trimmed 3,4%, e il mercato alza la probabilità di hike a maggio all’80% con cash rate 3,85%. Giappone più morbido sui prezzi (Tokyo core 1,8%) mentre l’attività tiene (IP +2,2%, retail +4,1%). Cina e Corea restano variabili di scenario: PMI Cina 49,1, CPI Corea verso 2,2% e BoK in pausa a 2,5%

ENERGIA – Il petrolio si muove sul rischio, non sui fondamentali

Sull’energia la settimana è stata dominata dal premio geopolitico e da un dato di scorte che ha spostato il sentiment, più che da una lettura ciclica della domanda. Da un lato, nel pezzo si parla del più grande buildup militare USA dal 2003 e di un improvviso repricing del rischio: la probabilità di un attacco entro 1 marzo sale al 24% dal 9%. Quando il mercato passa da “eventualità remota” a “evento con probabilità a due cifre”, il petrolio tende a muoversi per premio, non per barili.

Dall’altro lato, arriva un numero che mette peso sul breve: i dati API mostrano un build di scorte di +11,4 milioni di barili, contro attese di circa +1,9 milioni. È un segnale che, sul puro equilibrio fisico immediato, l’offerta non è stretta. Ed è qui che si vede la frizione: rischio geopolitico che spinge in su, scorte che ricordano che il mercato non è in scarsità.

Il prezzo, infatti, resta in un’area coerente con questo mix. Nel file compaiono WTI intorno a 66,87, con un movimento di +2,56%, e un riferimento a petrolio in rialzo di oltre 15% da inizio anno. Anche il Brent viene indicato in calo di poco più dell’1% in un passaggio, segno che la direzione non è lineare: il petrolio non sta andando “in trend pulito”, sta oscillando tra repricing del rischio e dati di offerta.

Lettura macro (3-4 righe):
Energia guidata dal rischio: odds di strike entro 1 marzo al 24% (da 9%) e riferimento al 2003 alzano il premio geopolitico. Ma il build API di +11,4m bbl contro attese ~+1,9m frena la narrativa di scarsità. Con WTI in area 66,87 e oil +15% YTD, il mercato resta sensibile al timing più che ai fondamentali.

METALLI – Rally ancora vivo: oro e argento guidati da momentum e domanda di protezione

Sui metalli la settimana si è letta in modo molto semplice: il comparto resta in modalità “momentum”, con l’oro che continua a macinare rialzi e l’argento che amplifica. Nel file, lo spot gold sale +0,7% a $5.218,84, mentre un’altra rilevazione lo mostra a 5.260,10 con +1,27%. Non sono due storie diverse, è lo stesso messaggio: prezzi già alti che continuano a salire, quindi un mercato che non sta scaricando rischio, lo sta accumulando.

Il contesto numerico aiuta a capire perché i movimenti possono essere così rapidi. L’oro è indicato in aumento di oltre 20% da inizio anno, e viene citata una sequenza di sette rialzi mensili consecutivi, la più lunga dal 1973. Quando un asset entra in una striscia così, la narrativa cambia: meno “copertura episodica” e più “trend che si autoalimenta”, perché ogni pullback viene comprato finché non arriva un catalizzatore opposto.

L’argento fa ciò che tende a fare in questi contesti: amplifica. È indicato a $92,15 con +4,4%, e in un’altra lettura a 93,46 con +6,79%. È una volatilità tipica quando il mercato vuole esposizione ai metalli ma sceglie lo strumento più reattivo. Il rischio, qui, è sempre lo stesso: quando la leva implicita sale, anche le correzioni diventano più brusche, ma finché la direzione resta così forte, il mercato continua a preferire “rischio metalli” rispetto a “uscita”.

Lettura macro (3-4 righe):
Metalli ancora in trend: oro tra $5.218,84 e 5.260,10, con performance oltre +20% YTD e una striscia di sette mesi positivi (la più lunga dal 1973). L’argento amplifica: $92,15 (+4,4%) fino a 93,46 (+6,79%). È un mercato guidato da momentum e domanda di protezione, non da movimenti piccoli e ordinati.

FX – Dollaro senza trend pulito, ma i cross reagiscono ai repricing

Sul forex la settimana è stata più un gioco di repricing che un trend lineare, e i numeri lo mostrano bene. L’euro si muove in rialzo: EUR/USD passa da 1,1760 a 1,1805, per un +0,38%. Lo yen recupera: USD/JPY scende da 155,10 a 154,31, un -0,51%. L’Australian dollar resta sostenuto dopo il CPI caldo, con AUD a 0,7073 e +0,2%. Sono movimenti coerenti con un mercato che ricalibra il sentiero dei tassi paese per paese, più che con una narrativa macro unica.

Il dollaro, infatti, non domina in modo netto. Il DXY è indicato a +0,15% intraday, ma nello stesso blocco si parla di majors USD a -0,3%. Questo tipo di “messaggio misto” è tipico delle settimane in cui l’USD non ha una direzione strutturale: può rimbalzare sul breve, ma non costruire un trend se i mercati non trovano un driver unico.

Nel background, alcuni PMI spiegano perché i movimenti restano a scatti. Negli USA il composite PMI è 52,3, sotto le attese 53,5. In Europa, invece, i servizi sono a 51,5, mentre la manifattura è 47,2 (sotto). E c’è anche un Chicago PMI a 45,8, livello che suggerisce attività debole. In un contesto così, non è strano vedere un mercato FX che si muove per repricing tattico, più che per convinzione di ciclo: quando crescita e inflazione mandano segnali diversi, i cross diventano reattivi e “range-based”.

Lettura macro :
FX guidato dai repricing: EUR/USD 1,1760→1,1805 (+0,38%), USD/JPY 155,10→154,31 (-0,51%), AUD a 0,7073 (+0,2%). Il DXY non dà direzione unica (+0,15% intraday ma majors USD -0,3%). Con PMI USA 52,3 sotto attese e segnali europei divisi (servizi 51,5, manifattura 47,2), i movimenti nascono più dalle aspettative di tassi che da un trend macro pulito.

TAKEAWAY FINALE

  • USA: l’inflazione di filiera torna a mordere. PPI core +3,6% a/a e +0,8% m/m contro attese +0,3% spostano il mercato verso tassi più alti più a lungo, anche se il lavoro resta solido (disoccupazione 4,3%, claims 212k).
  • Europa: disinflazione credibile, ma la core resta il vincolo. Germania CPI 1,9% a/a e HICP 2,0% a/a sotto attese, ma core a 2,5%: headline più tranquilla, componente appiccicosa ancora sopra.
  • Asia: divergenza netta tra Australia e Giappone. Australia con CPI 3,8% a/a e probabilità hike maggio 80% (cash rate 3,85%); Giappone più morbido con Tokyo core 1,8%.
  • Energia: rischio geopolitico vs scorte. Odds strike entro 1 marzo 24% (da 9%) ma API build +11,4m bbl contro ~+1,9m atteso; petrolio in area 66,87 e +15% YTD.
  • Metalli: trend ancora vivo. Oro tra $5.218,84 e 5.260,10, oltre +20% YTD; argento $92,15 (+4,4%) fino a 93,46 (+6,79%).
  • FX: niente trend pulito, movimenti da repricing. EUR/USD 1,1760→1,1805 (+0,38%), USD/JPY 155,10→154,31 (-0,51%), AUD 0,7073 (+0,2%), DXY +0,15% intraday ma majors USD -0,3%.

MARCO CASARIO

Gli italiani sono tra i popoli più ignoranti in ambito finanziario.

Non per scelta ma perché nessuno lo ha mai insegnato. Il mio scopo è quello di educare ed informare le persone in ambito economico e finanziario. Perché se non ti preoccupi dell'economia e della finanza, loro si occuperanno di te.

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