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Quando l’inflazione non molla: cosa cambia per tassi e mercati

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Repricing dei tassi: cosa cambia davvero questa settimana

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Sotto la superficie dei mercati: cosa dicono i dati

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Mercati sotto la superficie: cosa raccontano davvero i dati

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Settimana turbolenta per i mercati: lavoro USA debole e petrolio sotto i riflettori

🇺🇸 USA – Il dato sul lavoro rompe l’illusione, ma non il quadro

Negli Stati Uniti il titolo della settimana è semplice: il mercato del lavoro ha deluso, e lo ha fatto in modo abbastanza netto da riaprire subito il dibattito sui tagli della Fed. Le Non-Farm Payrolls di febbraio segnano infatti -92.000 posti, contro attese per +55.000, con una revisione netta dei due mesi precedenti di -69.000. Anche la disoccupazione sale al 4,4% dal 4,3%, mentre il tasso di partecipazione scende dal 62,5% al 62,0%. Letto così, il messaggio sembra chiaro: il lavoro si sta indebolendo. Ma, come spesso accade, la parte interessante è sotto la superficie. I payrolls privati scendono di -86.000, il peggior dato dal 2020, il manifatturiero perde 12.000 posti, il settore healthcare ne perde 28.000, e persino il pubblico continua a drenare occupazione, con -10.000 posti federali a febbraio e un calo complessivo di -330.000 dal picco di ottobre 2024, pari a circa -11%. Non è il ritratto di un’economia che crolla, ma di un mercato del lavoro che si sta assottigliando proprio dove finora aveva dato più tenuta.

Il punto, però, è che non tutti i numeri raccontano la stessa storia. I salari orari crescono ancora del +0,4% m/m, sopra il +0,3% atteso, e questo impedisce di leggere il report come un via libera automatico a una Fed più accomodante. Anche le initial claims restano relativamente contenute a 213.000, meglio delle 215.000 attese, anche se le continuing claims salgono a 1,87 milioni da 1,82 milioni, segnale che trovare un nuovo lavoro sta diventando più difficile.

Se allarghiamo lo sguardo al resto del quadro macro, emerge una contraddizione importante. Da un lato il manifatturiero non è in recessione: il PMI di febbraio viene rivisto a 51,6, sopra il flash 51,2, anche se sotto il 52,4 di gennaio. Dall’altro il consumatore non sembra abbastanza forte da tirare da solo tutta l’economia: il control group delle retail sales rimbalza solo del +0,3% dopo lo 0,0% di gennaio, mentre il dato headline era atteso a -0,3%. Non è un consumatore collassato, ma nemmeno un consumatore che accelera. E quando metti insieme payrolls negativi, partecipazione in calo, salari ancora vivi e consumi solo tiepidi, il risultato è questo: l’economia americana non sta entrando in recessione, ma sta perdendo quella sensazione di invulnerabilità che aveva tenuto in piedi il mercato per mesi.

👉 Lettura macro: il dato lavoro è abbastanza debole da rimettere pressione al ribasso sui rendimenti e riaprire la narrativa dei tagli, ma non abbastanza pulito da raccontare una vera svolta recessiva. È la classica situazione scomoda per i mercati: crescita più fragile, ma non abbastanza fragile da garantire una Fed immediatamente salvifica. E quando il quadro è questo, basta poco perché il nervosismo torni a galla.

🇪🇺 Europa – Crescita fragile e un rischio energetico che torna sul tavolo

Se negli Stati Uniti la settimana è stata dominata dal lavoro, in Europa il quadro è più sottile: pochi dati macro realmente dirompenti, ma una combinazione di crescita debole e rischi energetici che continua a pesare sulle prospettive del ciclo. Il dato più concreto arriva dall’Italia, dove il PIL del quarto trimestre 2025 cresce dello 0,3% trimestre su trimestre e dello 0,8% su base annua. Non è una recessione, ma è una crescita che resta lenta e irregolare, coerente con l’idea di un’area euro che continua a muoversi a velocità ridotta. In questo contesto anche l’inflazione core dell’area euro, indicata intorno al 2,4% a febbraio, suggerisce che la disinflazione procede, ma senza un vero collasso della domanda.

Se guardiamo invece alla Germania, il segnale è più chiaramente negativo. Le vendite al dettaglio di gennaio scendono dello 0,9% m/m, molto peggio del -0,2% atteso. Non è un dato isolato: si inserisce in una sequenza di indicatori che raccontano un consumatore tedesco ancora prudente e una domanda interna che fatica a ripartire. In un’economia fortemente industriale come quella tedesca, quando il commercio interno rallenta significa che anche il motore domestico non sta compensando le debolezze dell’export.

Ma il vero tema che torna a emergere nel dibattito macro europeo è l’energia. Gli scenari elaborati da Bloomberg Economics nel caso di uno shock petrolifero legato al Medio Oriente mostrano quanto l’area euro resti vulnerabile. In uno scenario severo, l’impatto stimato sarebbe di circa -0,6% sul PIL dell’eurozona e +1,1 punti percentuali sull’inflazione. Anche in uno scenario meno estremo l’effetto resterebbe significativo, con circa +0,5 punti percentuali di inflazione aggiuntiva. Questo è il classico shock che mette le banche centrali nella posizione più scomoda possibile: crescita più debole e prezzi più alti nello stesso momento.

👉 Lettura macro: l’Europa continua a muoversi in un equilibrio fragile. La crescita c’è, ma resta modesta, la domanda interna non accelera e l’area resta esposta ai prezzi dell’energia più di altre grandi economie. Finché il contesto energetico rimane stabile il sistema regge, ma basta uno shock esterno per trasformare rapidamente il quadro macro in un problema di stagflazione.

🌏 Asia – Giappone più debole nel lavoro, Australia più forte nella crescita

In Asia il contrasto più interessante della settimana è questo: il Giappone manda segnali di raffreddamento sul mercato del lavoro, mentre l’Australia sorprende con una crescita ben più solida del previsto. In Giappone il tasso di disoccupazione sale al 2,7% dal 2,6%, gli occupati scendono a 68,17 milioni con un calo dello 0,4%, mentre i disoccupati salgono a 1,91 milioni, in aumento del 3,2%. Anche il job availability ratio scende a 1,18, in calo di 0,02, segnalando che il numero di offerte disponibili per chi cerca lavoro si sta riducendo. ì

In Australia, invece, il tono è molto diverso. Il PIL del quarto trimestre cresce dello 0,8% q/q, ben sopra le attese implicite, e su base annua accelera al 2,6% contro un forecast del 2,3%. Non è solo un dato migliore del previsto: è un numero che racconta un’economia ancora sorprendentemente resiliente. La crescita è sostenuta sia dalla domanda pubblica, che contribuisce per 0,3 punti percentuali, sia dalla domanda privata, anch’essa con 0,3 punti.

C’è però un dettaglio importante: le famiglie non stanno spendendo in modo aggressivo. Il tasso di risparmio sale al 6,9% dal 6,1%, segno che una parte del reddito in più viene trattenuta, non riversata subito nei consumi. È il classico mix da economia che cresce, ma senza euforia. Proprio per questo il mercato ha ridotto le attese di una nuova stretta: la probabilità di un rialzo il 17 marzo scende a circa 1 su 5, dal 36% precedente, con il cash rate al 4,1% che per ora resta il punto di equilibrio.

👉 Lettura macro: l’Asia racconta due velocità diverse. Il Giappone mostra un mercato del lavoro che si raffredda e che toglie un po’ di forza alla narrativa di normalizzazione aggressiva. L’Australia, al contrario, continua a crescere più del previsto, ma con una domanda interna ancora prudente. Tradotto per i mercati: Giappone più fragile sul lato lavoro, Australia ancora solida sul lato ciclo.

🛢 Energia – Il petrolio sale con la guerra e riporta il rischio inflazione

Sul fronte energetico il mercato non sta parlando di eccesso di offerta o di rallentamento della domanda. Sta parlando di geopolitica. L’escalation militare in Medio Oriente tra Stati Uniti, Israele e Iran ha già spinto i prezzi del petrolio e del gas al rialzo, scuotendo i mercati globali e riaccendendo il tema del rischio inflazione. Il punto centrale è un collo di bottiglia geografico: lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% dell’offerta petrolifera globale. Quando questo canale viene messo in discussione, anche solo temporaneamente, il mercato reagisce immediatamente perché basta una riduzione minima dei flussi per cambiare il quadro dei prezzi.

Secondo le stime di Bloomberg Economics, un calo dell’offerta globale dell’1% potrebbe spingere i prezzi del petrolio verso un aumento di circa 4%. In uno scenario di interruzione prolungata dello stretto, il modello ipotizza un aumento fino a circa 108 dollari al barile, pari a circa +80% rispetto ai livelli prebellici, con prezzi elevati fino al quarto trimestre dell’anno. Non è lo scenario base, ma serve a capire la scala del rischio che il mercato sta prezzando quando la geopolitica entra nella funzione di offerta del petrolio.

👉 Lettura macro: il petrolio non si sta muovendo per il ciclo economico ma per la geopolitica. E quando il driver è questo, i prezzi possono cambiare molto più velocemente dei fondamentali della domanda. È il tipo di shock che può riaccendere l’inflazione proprio mentre le banche centrali stanno cercando di domarla.

💱 FX – Il dollaro perde direzione mentre i cross cercano nuovi equilibri

L’EUR/USD oscilla tra 1,174 e 1,184, con l’area di 1,18 che continua a funzionare come punto di equilibrio tra le due economie. Non è un livello casuale: riflette un mercato che vede ancora differenziali di crescita e di tassi tra Stati Uniti ed Europa, ma senza una direzione netta nel breve. Quando una valuta resta bloccata in un range così stretto, di solito significa che il mercato sta aspettando una nuova informazione macro per rompere l’equilibrio.

La sterlina segue una logica simile. Il GBP/USD si muove tra 1,33 e 1,34, con un’area di supporto individuata tra 1,326 e 1,33. Anche qui il movimento non racconta una storia di forte divergenza monetaria, ma piuttosto una fase di assestamento. Il mercato non sta comprando aggressivamente la valuta britannica, ma non la sta nemmeno scaricando:

Dove invece il quadro resta più sensibile alla narrativa macro è sullo yen. L’USD/JPY continua a trovare resistenze nell’area 156–157, livelli che riflettono la combinazione di rendimenti americani ancora relativamente elevati e di una politica monetaria giapponese che procede con estrema cautela. In altre parole, finché il differenziale di tassi resta ampio, il dollaro mantiene un vantaggio strutturale sullo yen.

👉 Lettura macro: il mercato valutario in questo momento non sta anticipando uno shock macro preciso. Sta piuttosto assorbendo informazioni contrastanti: crescita USA che rallenta ma non crolla, Europa fragile ma stabile, banche centrali che procedono con cautela. Il risultato è un FX dominato dai range, dove i livelli tecnici diventano temporaneamente più importanti delle grandi narrative macro.

🧭 Takeaway finale – Il quadro non si rompe, ma si complica

Mettendo insieme tutti i pezzi, il messaggio della settimana è meno lineare di quanto sembri. Negli Stati Uniti il mercato del lavoro perde slancio, ma non collassa. I payrolls sorprendono in negativo, la partecipazione scende, le continuing claims salgono, ma i salari tengono ancora e il manifatturiero resta sopra quota 50. In Europa la crescita continua a muoversi, ma a ritmo debole, mentre la Germania conferma che il consumatore resta fragile. In Asia il contrasto è netto: Giappone più morbido sul lavoro, Australia più solida sulla crescita. Non siamo davanti a un mondo che accelera in modo pulito, ma a un mondo che prova a reggere mentre il motore gira in modo sempre più irregolare.

La vera novità è che il rischio energetico torna a entrare nella funzione macro. Finché petrolio e gas restavano sullo sfondo, il mercato poteva concentrarsi solo su crescita, inflazione core e banche centrali. Ora non più. Se il petrolio dovesse davvero spingersi verso gli scenari più estremi, il problema non sarebbe solo il prezzo dell’energia in sé, ma il fatto che crescita e inflazione tornerebbero a muoversi nella direzione sbagliata allo stesso tempo. È questo il punto che rende il contesto più fragile: non una recessione imminente, ma un sistema che diventa più vulnerabile agli shock esterni proprio mentre le banche centrali stanno cercando di normalizzare la politica monetaria.

👉 In sintesi: non è ancora un cambio di regime, ma è chiaramente una fase in cui i mercati non possono più permettersi di leggere i dati in modo superficiale. Il ciclo globale resta in piedi, ma con meno margine d’errore. E quando il margine si restringe, anche il rumore di fondo conta molto di più.

MARCO CASARIO

Gli italiani sono tra i popoli più ignoranti in ambito finanziario.

Non per scelta ma perché nessuno lo ha mai insegnato. Il mio scopo è quello di educare ed informare le persone in ambito economico e finanziario. Perché se non ti preoccupi dell'economia e della finanza, loro si occuperanno di te.

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