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Mercati sotto la superficie: cosa raccontano davvero i dati

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Mercati sospesi: tra tagli dei tassi e dati che rallentano

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Un rallentamento che non fa rumore: cosa sta succedendo davvero ai mercati

USA – Rallenta il ciclo, non il sistema

Negli Stati Uniti il rallentamento è ormai evidente, ma continua a prendere una forma molto diversa da quella tipica delle fasi pre-recessive. Il mercato del lavoro resta il punto di tenuta del ciclo. Le nuove richieste di sussidi si mantengono intorno a 200.000, con una media a quattro settimane sui minimi da inizio 2024, mentre il tasso di disoccupazione scende al 4,4% dal 4,5% di novembre. Numeri che, da soli, parlerebbero ancora di solidità. Ma il segnale vero sta nel comportamento delle imprese: non licenziano, ma assumono meno. Il mercato non si rompe, si congela. Meno turnover, meno dinamica, meno spinta.

Lo stesso schema si riflette nei dati di crescita e inflazione. Il PIL del terzo trimestre cresce del 4,4%, confermando che l’economia americana non è entrata in recessione. Ma è una fotografia del passato, non una garanzia per il futuro. L’inflazione PCE resta appiccicosa al 2,8%, con variazioni mensili ferme allo 0,2%, segnale che la fase di disinflazione rapida si è esaurita. Allo stesso tempo, i consumi continuano a crescere (+0,5%) più velocemente dei redditi, spingendo il tasso di risparmio al 3,5%. La domanda tiene, ma lo fa attingendo a riserve accumulate, non perché il ciclo stia riaccelerando. Anche il rimbalzo dei prezzi dell’energia a novembre contribuisce a rendere il quadro meno lineare, senza però riaccendere vere tensioni inflattive.

Il messaggio macro è quindi chiaro, ma tutt’altro che confortante. La crescita rallenta senza crollare, il lavoro perde slancio ma non cede, l’inflazione smette di scendere ma resta sotto controllo. È lo scenario che tiene la Fed in sospensione: non abbastanza debole da imporre una svolta, non abbastanza forte da giustificare ottimismo. Non è un punto di svolta, è una fase di transizione, in cui il rischio non è lo shock improvviso, ma un ciclo che si spegne lentamente.


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 EUROPA – Inflazione sotto controllo, ma la crescita resta senza motore

In Europa il quadro macro appare più ordinato rispetto agli Stati Uniti, ma anche più fragile. L’inflazione è ormai rientrata vicino al target, ma il modo in cui ci è arrivata racconta molto dello stato reale dell’economia. A dicembre il CPI dell’Eurozona scende al 2,0%, con la core al 2,3%, segnando un obiettivo centrato almeno sulla carta. Ma non è una disinflazione guidata da produttività o ripartenza della domanda: è il risultato di un’economia che fatica a trovare slancio. Su base mensile i prezzi risalgono appena dello 0,2%, dopo il calo di novembre, segnale di movimento minimo, non di accelerazione.

La composizione dei prezzi lo conferma. L’energia resta in territorio negativo (-1,9%), mentre i servizi tengono al 3,4%, mostrando che le componenti più legate alla domanda interna non si sono raffreddate del tutto. Non è un’inflazione che scende perché l’offerta migliora in modo strutturale, ma perché consumatori e imprese restano prudenti. È un equilibrio sottile: sufficiente a evitare nuove tensioni sui prezzi, ma non abbastanza solido da sostenere una ripartenza vera.

Anche dal lato reale i segnali restano deboli. Le vendite al dettaglio crescono solo dello 0,2% mese su mese, sia nell’area euro che nell’Unione Europea, con un +2,3% su base annua. È crescita, ma discontinua e fragile. Non racconta un’economia in recessione, ma nemmeno una in espansione. È una domanda che tiene, ma senza convinzione, incapace di trasformarsi in un motore ciclico autonomo.

Il messaggio macro che arriva dall’Europa è quindi chiaro. Il problema dei prezzi è stato in gran parte risolto, quello della crescita no. La stabilità inflattiva è più il riflesso di una domanda debole che di una nuova fase espansiva. Questo rende l’area relativamente stabile nel breve, ma strutturalmente vulnerabile a shock esterni. Senza un motore interno, l’Europa continua a muoversi per inerzia, più reattiva che proattiva, in un ciclo che resta sospeso.

 REGNO UNITO – Inflazione che fatica a scendere, lavoro che perde equilibrio

Nel Regno Unito il quadro macro resta più teso rispetto a Stati Uniti ed Europa, e i dati continuano a suggerire un’economia incastrata tra inflazione persistente e mercato del lavoro in progressivo deterioramento. A dicembre l’inflazione risale al 3,4%, sopra le attese e in aumento rispetto al 3,2% di novembre, mentre la core resta ferma al 3,2%. Non è un’accelerazione violenta, ma è sufficiente a confermare che il processo di disinflazione è lento e irregolare. I prezzi non stanno più rientrando in modo lineare, e questo rende molto più complessa la lettura per la banca centrale.

Il mercato del lavoro inizia a riflettere questa pressione. Il tasso di disoccupazione sale al 5,1% nel trimestre settembre-novembre, con 1,84 milioni di persone senza lavoro. È un aumento graduale, non un crollo improvviso, ma segnala che l’equilibrio si sta spostando. L’occupazione complessiva resta elevata, con 34,3 milioni di occupati e un tasso di employment al 75,1%, ma la dinamica sta cambiando: il mercato non assorbe più nuova forza lavoro con la stessa facilità. Anche la distribuzione per genere lo conferma, con una disoccupazione più elevata tra le donne (5,5%) rispetto agli uomini (4,6%), segnale di un raffreddamento non uniforme.

Il messaggio macro che arriva dal Regno Unito è quindi più delicato rispetto ad altre economie avanzate. L’inflazione resta troppo alta per dichiarare chiusa la partita, mentre il mercato del lavoro inizia a perdere stabilità. È una combinazione scomoda: crescita fragile, prezzi ancora appiccicosi e margini di manovra limitati. Non è uno scenario di crisi imminente, ma è un contesto in cui basta poco per spostare l’equilibrio, rendendo il Regno Unito particolarmente sensibile a shock di fiducia o a errori di policy.

🌏 ASIA – Giappone variabile di rischio, Australia ancora troppo calda

In Asia il quadro si fa più instabile, con il Giappone che torna a essere una variabile attiva per i mercati globali. La risalita dei rendimenti obbligazionari, soprattutto sulla parte lunga della curva, segnala che il mercato sta mettendo alla prova i limiti della Bank of Japan dopo anni di politiche ultra-accomodanti. Allo stesso tempo, lo yen resta debole, con l’area 159–160 su USD/JPY indicata come soglia sensibile oltre la quale il rischio di intervento diventa concreto. Non è una crisi, ma il Giappone non è più neutrale: anche una normalizzazione graduale inizia a produrre effetti su bond, FX e flussi globali.

Scenario diverso, ma altrettanto scomodo, in Australia. Qui la disinflazione prosegue senza però liberare davvero le mani alla RBA. A novembre l’inflazione annua scende al 3,4%, dal 3,8% precedente, mentre la trimmed mean resta al 3,2%, ancora sopra il target. Sotto la superficie, le pressioni persistono: abitazione +5,2%affitti +4%, alcune componenti alimentari in forte aumento. Il risultato è un’inflazione che rallenta, ma non si normalizza.

Il messaggio macro è chiaro: il Giappone introduce volatilità potenziale, l’Australia resta ciclica ma troppo calda per cambiare rotta. In entrambi i casi, la politica monetaria non è più un fattore di stabilità automatica, e l’Asia torna a pesare nel quadro globale.

💱 FX & COMMODITIES – Laterale sulle valute, domanda di protezione sui metalli

Sul mercato valutario domina l’assenza di una direzione chiara. Il dollaro resta stabile, senza la forza per rafforzarsi in modo strutturale ma anche senza segnali di cedimento netto. È coerente con il quadro macro: l’economia rallenta, ma non abbastanza da imporre una svolta. In questo contesto anche l’euro si muove per riflesso, più trascinato dalle dinamiche dell’USD che da fattori interni, mentre lo yen rimane una variabile sensibile ai movimenti dei rendimenti giapponesi, pronto a diventare fonte di volatilità episodica.

Sulle commodity il messaggio è più leggibile. Il petrolio resta inchiodato in area 55–60 dollari, un livello che non segnala né espansione né recessione, ma una domanda globale che rallenta senza rompersi. È un mercato che reagisce alle notizie, ma fatica a costruire un trend. Diverso il discorso per i metalli preziosi. L’oro resta su livelli elevati, sostenuto da una domanda difensiva più che speculativa. Non sta prezzando una crisi imminente, ma un contesto di incertezza prolungata, con crescita più debole e pochi catalizzatori positivi. L’argento segue, ma senza assumere una leadership ciclica vera.

👉 Lettura macro: le valute restano in modalità laterale, senza convinzione. Le commodity energetiche riflettono una domanda più debole, mentre i metalli raccontano una crescente esigenza di protezione. Non è paura estrema, è cautela. Ed è esattamente il comportamento che ci si aspetta in una fase di rallentamento ordinato del ciclo.

🧭 In sintesi

  • USA: l’economia rallenta, ma non si rompe
    → lavoro meno dinamico, consumi ancora vivi, inflazione che smette di scendere
  • Europa: inflazione sotto controllo, crescita debole
    → stabilità nel breve, ma senza un vero motore interno
  • Regno Unito: equilibrio delicato
    → prezzi ancora alti e mercato del lavoro che inizia a dare segnali di stress
  • Asia: più instabile
    → Giappone torna a creare volatilità, Australia rallenta ma resta “calda”
  • Valute: nessuna direzione chiara
    → dollaro laterale, euro senza forza propria, yen sensibile ai tassi
  • Energia: prezzi fermi
    → domanda globale più debole, ma nessun segnale di crisi
  • Metalli: funzione difensiva
    → oro come protezione, non come scommessa speculativa

MARCO CASARIO

Gli italiani sono tra i popoli più ignoranti in ambito finanziario.

Non per scelta ma perché nessuno lo ha mai insegnato. Il mio scopo è quello di educare ed informare le persone in ambito economico e finanziario. Perché se non ti preoccupi dell'economia e della finanza, loro si occuperanno di te.

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