
Petrolio, inflazione USA e mercati globali: cosa sta cambiando davvero
🇺🇸 USA – L’economia tiene ancora, ma l’inflazione energetica rimette la Fed in un angolo Negli Stati Uniti il quadro della settimana è scomodo, perché crescita e inflazione stanno iniziando a muoversi in direzioni diverse. Da un lato l’attività non sembra crollare: a marzo i

Mercati più fragili: energia cara e banche centrali sotto pressione
🇺🇸 USA – L’economia regge, ma con petrolio a questi livelli il problema torna a essere l’inflazione Negli Stati Uniti, più che dai dati macro puri, questa settimana il messaggio arriva dal modo in cui il mercato sta leggendo il contesto. La domanda interna non

Shock energetico e tassi più alti: perché il quadro macro si sta complicando
🇺🇸 USA – La Fed resta ferma, ma il quadro si sta complicando Negli Stati Uniti il messaggio della settimana è abbastanza chiaro: la Fed prova a tenere il punto, ma i dati stanno rendendo il lavoro sempre più scomodo. I tassi restano fermi nel

Mercati sotto pressione: il petrolio sale mentre la crescita perde slancio
🇺🇸 USA – Inflazione ancora gestibile, ma la crescita entra nella crisi energetica già indebolita Negli Stati Uniti il PIL del quarto trimestre è stato rivisto bruscamente al ribasso a +0,7% annualizzato, contro una stima precedente di +1,4% e attese di +1,5%. Il confronto con

Settimana turbolenta per i mercati: lavoro USA debole e petrolio sotto i riflettori
🇺🇸 USA – Il dato sul lavoro rompe l’illusione, ma non il quadro Negli Stati Uniti il titolo della settimana è semplice: il mercato del lavoro ha deluso, e lo ha fatto in modo abbastanza netto da riaprire subito il dibattito sui tagli della Fed.

Quando l’inflazione non molla: cosa cambia per tassi e mercati
USA – Prezzi alla produzione che accelerano, ciclo che rallenta a macchia di leopardo Negli Stati Uniti il dato che ha dominato la settimana è stato il PPI, perché ha rimesso tensione sul tema “quanto è davvero finita l’inflazione”. L’indice headline sale +2,9% a/a contro
Il Big Mac Index: a cosa serve?
Il Big Mac è stato creato nel 1967 da Jim Delligati, proprietario di un franchising di McDonald’s in Pennsylvania. È stato lanciato negli Stati Uniti l’anno successivo e oggi puoi acquistarne uno in più di 70 paesi. Tuttavia, il suo prezzo varia in base a dove ti trovi, come evidenziato dal Big Mac Index.
Nel seguente grafico viene mostrato il prezzo in dollari americani di un Big Mac in alcuni paesi del mondo.
Il paese in cui costa di più è la Svizzera, seguita dalla Norvegia. Entrambi i paesi hanno livelli di prezzo relativamente elevati ma godono anche di salari più alti rispetto ad altri paesi dell’OCSE.
Il Big Mac Index, inventato da The Economist nel 1986, rappresenta un modo spensierato per dimostrare il concetto di parità del potere d’acquisto.
Cos’è il Big Mac Index?
Il Big Mac Index aiuta a illustrare l’idea che i tassi di cambio tra le valute di due paesi possono raggiungere livelli estremi se comparati al costo dell’acquisto di uno stesso paniere di beni e servizi in quei luoghi.
Data l’ampia disponibilità del Big Mac a livello globale, il famoso hamburger può essere utilizzato come confronto di beni di base tra i paesi. Ha anche il vantaggio di avere gli stessi input e lo stesso sistema di distribuzione in tutto il mondo.
L’indice Big Mac può indicare se una valuta è sopravvalutata o sottovalutata. Ad esempio, un Big Mac costa ¥ 24,40 in Cina e $ 5,81 in USA. Confrontando il tasso di cambio implicito con il tasso di cambio effettivo, possiamo capire se lo yuan è sopravvalutato o no.
Gli altri utilizzi del Big Mac Index
Oltre a individuare il disallineamento valutario, l’indice ha anche altri utilizzi. Gli investitori possono usarlo per misurare l’inflazione nel tempo e confrontarla con i dati ufficiali. Questo può aiutarli a valutare le obbligazioni di quel paese e altri titoli sensibili all’inflazione.
I dati del Big Mac Index
La tabella qui sopra mostra la variazione di prezzo di un Big Mac in determinati paesi tra maggio 2004 e gennaio 2022.
Il Venezuela ha visto il più grande aumento dei prezzi degli hamburger, con un aumento di quasi il 250%. Il paese è stato afflitto dall’iperinflazione per anni.
La Russia ha il Big Mac più economico, riflettendo i livelli di prezzo più bassi del paese. Il costo del lavoro in Russia è circa un terzo di quello in Svizzera.
Nel grafico seguente vengono mostrate invece le valutazioni delle valute dei vari paesi rispetto al dollaro in base al Big Mac Index. Secondo questi calcoli, il rublo russo e la lira turca sono le valute più sottovalutate. Il franco svizzero e la corona norvegese risultano invece le più sopravvalutate.

I limiti dell’indice Big Mac
Naturalmente, l’indice ha delle carenze. Ecco alcuni dei limiti che gli economisti hanno notato.
I servizi non scambiati possono avere prezzi diversi da paese a paese. Il prezzo di un Big Mac sarà influenzato da costi, come la manodopera, che non riflettono i valori valutari. L’Economist pubblica una versione aggiustata al PIL del Big Mac Index per aiutare a rispondere a questa critica.
McDonald’s, nonostante sia ampiamente diffuso, non è in tutti i paesi del mondo. Ciò significa che la portata geografica dell’indice ha alcune limitazioni, in particolare in Africa.
L’indice manca inoltre di diversità in quanto è composto da un singolo elemento. Per questo motivo, manca la diversità di altre metriche come l’indice dei prezzi al consumo.
Nonostante tutte queste limitazioni, il Big Mac Index funge da buon punto di partenza per comprendere la parità del potere d’acquisto.


