
Mercati in sollievo, ma non ancora al sicuro: petrolio, tassi e valute restano sotto pressione
🇺🇸 USA – L’economia regge ancora, ma non abbastanza da far cambiare tono alla Fed Negli Stati Uniti il quadro resta abbastanza chiaro: la crescita non accelera, ma non sta nemmeno cedendo di colpo. L’attività economica è in lieve espansione, il mercato del lavoro viene

Petrolio, inflazione USA e mercati globali: cosa sta cambiando davvero
🇺🇸 USA – L’economia tiene ancora, ma l’inflazione energetica rimette la Fed in un angolo Negli Stati Uniti il quadro della settimana è scomodo, perché crescita e inflazione stanno iniziando a muoversi in direzioni diverse. Da un lato l’attività non sembra crollare: a marzo i

Mercati più fragili: energia cara e banche centrali sotto pressione
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Shock energetico e tassi più alti: perché il quadro macro si sta complicando
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Mercati sotto pressione: il petrolio sale mentre la crescita perde slancio
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Settimana turbolenta per i mercati: lavoro USA debole e petrolio sotto i riflettori
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Cosa fa muovere Wall Street e la Borsa Europea? Sintesi Macro – Settimana 05

Tra dazi, trimestrali e il debutto shock dell’AI cinese DeepSeek, è stata una settimana movimentata per le borse. Tuttavia, il mese di gennaio ha chiuso in positivo.
Trump mantiene la linea dura: da sabato sono scattati dazi del 25% su Messico e Canada e del 10% sulla Cina. Gli investitori temono contraccolpi per alcuni settori e nuovi rialzi inflazionistici.
Nel tech, Nvidia è affondata del 15%, sotto pressione dopo il debutto di DeepSeek R1. Apple ha perso terreno nonostante utili sopra le attese, mentre Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta e Tesla chiudono in rialzo.
Dal fronte macro, l’indice PCE conferma un’accelerazione dell’inflazione a dicembre, ma la Fed ha mantenuto i tassi invariati dopo il taglio di un punto percentuale da settembre. I Treasury a 10 anni salgono al 4,54%, con un picco al 4,58% post-annuncio dazi.
Bitcoin è sceso a 102.000 dollari. L’oro, dopo un nuovo record a 2.860 dollari, ripiega a 2.830, mentre il petrolio WTI perde quasi il 3%. Il dollaro chiude la miglior settimana da novembre.
La Fed mette in pausa i tagli: ora si aspetta e si osserva
Dopo tre tagli consecutivi, la Fed ha lasciato i tassi invariati al 4,25%-4,5% e segnalato l’inizio della fase “wait and see”. La banca centrale prende tempo per valutare l’impatto dell’inflazione, della stabilità del mercato del lavoro e, soprattutto, delle politiche economiche di Donald Trump.
Nella conferenza stampa post-annuncio, Jerome Powell ha ripetuto più volte lo stesso concetto: la Fed non ha alcuna fretta di abbassare i tassi. La crescita economica è solida, il mercato del lavoro tiene e l’inflazione, pur ostinata, sta mostrando segni di rallentamento.
Ma c’è un elemento di incertezza che frena la Fed: Trump e le sue politiche. Con una nuova ondata di dazi su Canada, Messico, Cina e forse l’Europa, il rischio di rialzi inflazionistici è concreto. Il presidente ha anche promesso di ridurre le regolamentazioni e ha progetti aggressivi sull’immigrazione, tutti fattori che potrebbero impattare l’economia. “Dobbiamo aspettare e vedere quali politiche verranno effettivamente attuate prima di poter valutare l’impatto sull’economia,” ha detto Powell. Trump non l’ha presa bene. In un post su Truth Social, ha attaccato Powell e la banca centrale: “Jay Powell e la Fed hanno fallito nel fermare l’inflazione che hanno creato.”
Le tensioni tra la Casa Bianca e la Fed sono destinate a crescere. Durante la sua prima presidenza, Trump ha più volte criticato Powell per non aver abbassato i tassi abbastanza velocemente. Ora, con l’economia USA in una situazione complessa e l’inflazione ancora sopra il 2%, il presidente potrebbe nuovamente fare pressione sulla banca centrale per ottenere condizioni monetarie più favorevoli. Ma Powell ha chiarito che serviranno “serial readings”, cioè più mesi consecutivi di progressi, prima di poter prendere in considerazione un taglio dei tassi.
La BCE taglia i tassi per la quinta volta
La Banca Centrale Europea ha abbassato i tassi di interesse per la quinta volta da giugno, riducendo il tasso sui depositi di un quarto di punto al 2,75%. La decisione, attesa dai mercati, arriva mentre l’economia dell’Eurozona ristagna e l’inflazione si avvicina al target del 2%.
Christine Lagarde ha ribadito che la politica monetaria rimane “restrittiva”, lasciando intendere che altri tagli sono in arrivo. Tuttavia, la BCE mantiene un approccio prudente e non si impegna su un percorso prestabilito: “Sappiamo la direzione, ma con l’incertezza attuale sarebbe irrealistico dare indicazioni precise”, ha detto la presidente della BCE.
Gli investitori hanno interpretato le parole della BCE come un segnale di ulteriore allentamento monetario. I trader ora puntano su altri tre tagli da 25 punti base entro fine anno, il che porterebbe il tasso di deposito vicino al 2%, una soglia considerata più “neutrale” dagli analisti.
A pesare sulla BCE non è tanto l’inflazione, che a dicembre è salita al 2,4% ma rimane sotto controllo, quanto la debolezza economica dell’area euro. La crescita si è fermata nel quarto trimestre del 2024, deludendo le previsioni della BCE che puntavano a un +0,2%.
Germania e Francia sono i punti deboli dell’Eurozona: Berlino è frenata dall’industria in crisi, mentre Parigi soffre per tensioni politiche interne che hanno ridotto la fiducia delle imprese. “La manifattura continua a contrarsi, mentre i servizi resistono, ma la fiducia dei consumatori resta fragile e i redditi reali in aumento non stanno ancora traducendosi in maggiore spesa,” ha detto la presidente della BCE. Oltre ai problemi interni, un nuovo elemento di incertezza arriva dagli Stati Uniti. La politica dei dazi di Trump potrebbe complicare la ripresa europea.
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