
Petrolio, inflazione USA e mercati globali: cosa sta cambiando davvero
🇺🇸 USA – L’economia tiene ancora, ma l’inflazione energetica rimette la Fed in un angolo Negli Stati Uniti il quadro della settimana è scomodo, perché crescita e inflazione stanno iniziando a muoversi in direzioni diverse. Da un lato l’attività non sembra crollare: a marzo i

Mercati più fragili: energia cara e banche centrali sotto pressione
🇺🇸 USA – L’economia regge, ma con petrolio a questi livelli il problema torna a essere l’inflazione Negli Stati Uniti, più che dai dati macro puri, questa settimana il messaggio arriva dal modo in cui il mercato sta leggendo il contesto. La domanda interna non

Shock energetico e tassi più alti: perché il quadro macro si sta complicando
🇺🇸 USA – La Fed resta ferma, ma il quadro si sta complicando Negli Stati Uniti il messaggio della settimana è abbastanza chiaro: la Fed prova a tenere il punto, ma i dati stanno rendendo il lavoro sempre più scomodo. I tassi restano fermi nel

Mercati sotto pressione: il petrolio sale mentre la crescita perde slancio
🇺🇸 USA – Inflazione ancora gestibile, ma la crescita entra nella crisi energetica già indebolita Negli Stati Uniti il PIL del quarto trimestre è stato rivisto bruscamente al ribasso a +0,7% annualizzato, contro una stima precedente di +1,4% e attese di +1,5%. Il confronto con

Settimana turbolenta per i mercati: lavoro USA debole e petrolio sotto i riflettori
🇺🇸 USA – Il dato sul lavoro rompe l’illusione, ma non il quadro Negli Stati Uniti il titolo della settimana è semplice: il mercato del lavoro ha deluso, e lo ha fatto in modo abbastanza netto da riaprire subito il dibattito sui tagli della Fed.

Quando l’inflazione non molla: cosa cambia per tassi e mercati
USA – Prezzi alla produzione che accelerano, ciclo che rallenta a macchia di leopardo Negli Stati Uniti il dato che ha dominato la settimana è stato il PPI, perché ha rimesso tensione sul tema “quanto è davvero finita l’inflazione”. L’indice headline sale +2,9% a/a contro
Cosa fa muovere Wall Street e la Borsa Europea? Sintesi Macro – Settimana 06

Era un trade perfetto: Trump di nuovo alla Casa Bianca, mercati in modalità risk-on, azioni in rally, vendite sui bond governativi e un dollaro forte. Tutto filava liscio, almeno sulla carta.
Un mese dopo, la realtà racconta una storia diversa. L’S&P 500 ha guadagnato terreno, ma rispetto agli altri mercati globali sembra arrancare. I rendimenti dei Treasury a 10 anni sono scesi sotto il 4,5%, mentre il dollaro ha perso slancio.
La volatilità è tornata a far tremare i trader. La strategia del “buy the dip” ha evitato vendite più pesanti, ma ha anche amplificato gli scossoni. Con un posizionamento ultra-rialzista, basta un tweet su dazi o tassi per mandare in tilt il mercato.
La settimana appena trascorsa è stata un concentrato di tensione. Lunedì l’S&P 500 è crollato del 2% sui timori legati alle tariffe doganali, solo per poi recuperare dopo che Trump ha concesso una proroga di un mese ai dazi su Canada e Messico. Le trimestrali tech, pur deludenti, non hanno scalfito più di tanto il sentiment. Ma venerdì è arrivata la doccia fredda: il job report ha raffreddato le speranze di un taglio dei tassi e Trump ha rilanciato l’idea di nuove tariffe. L’S&P 500 ha chiuso la settimana in leggero calo (-0,2%).
Bitcoin ha iniziato il 2025 col freno tirato (+3% YTD), mentre l’oro continua a brillare: +9% da inizio anno e nuovo record a 2.882 dollari l’oncia. Il petrolio, invece, ha preso una brutta piega. Ha chiuso in rosso dopo che Trump ha promesso di aumentare la produzione per far scendere i prezzi.
Guerra commerciale USA-Cina 2.0
Donald Trump ha deciso di riaprire le ostilità commerciali con la Cina. Pechino ha risposto con una stilettata precisa, senza esagerare, ma con l’intenzione chiara di far capire che il gioco è appena iniziato. Niente bombe atomiche, solo un paio di mine ben piazzate.
Martedì, a poche ore dall’entrata in vigore delle nuove tariffe americane, Pechino ha reagito con un mix di dazi selettivi e attacchi mirati alle aziende statunitensi. Un 15% su meno di 5 miliardi di importazioni energetiche dagli USA, un 10% su petrolio e macchinari agricoli. Ma il vero colpo è arrivato altrove.
Google è finita nel mirino per presunte violazioni antitrust (anche se i suoi servizi sono bloccati in Cina dal 2010), mentre due aziende americane – PVH Corp. (proprietaria di Calvin Klein e Tommy Hilfiger) e Illumina Inc. (leader nella genetica) – sono state inserite nella lista nera di Pechino. Non contenta, la Cina ha anche rafforzato i controlli sulle esportazioni di tungsteno e altri metalli strategici, fondamentali per il settore aerospaziale e della difesa americana.
Rispetto agli scambi di colpi del passato, la risposta cinese è stata piuttosto contenuta. Un’escalation diretta avrebbe rischiato di far deragliare la già fragile ripresa economica interna. Xi Jinping sembra aver optato per una strategia di “soft power commerciale”: abbastanza reattiva per dimostrare la capacità di rispondere, ma non così aggressiva da chiudere le porte a futuri negoziati.
E i mercati? Dopo un iniziale scivolone, l’Hang Seng China Enterprises Index ha recuperato, segno che gli investitori non vedono ancora la guerra commerciale come una minaccia esistenziale. Anche il dollaro ha perso un po’ di forza, mentre lo yuan offshore ha limitato le perdite.
Nel weekend, Trump ha giustificato la sua offensiva tariffaria con il solito mix di motivazioni politiche ed economiche, tirando in ballo la lotta al narcotraffico e la necessità di difendere i lavoratori americani. Ma Pechino non sembra cadere nella provocazione.
Questa guerra commerciale assomiglia sempre di più a un gioco di strategia piuttosto che a una vera battaglia economica. Trump sa che una guerra commerciale troppo aggressiva potrebbe danneggiare anche le aziende americane, mentre Xi non vuole destabilizzare la sua economia.
Per ora, il mercato sembra scommettere su un compromesso piuttosto che su un’escalation. Ma con due leader imprevedibili come Trump e Xi, la storia potrebbe prendere qualsiasi direzione.
Lavoro USA: Crescono i posti, ma anche l’inflazione
Il mercato del lavoro americano continua a tenere botta, ma con qualche crepa. Gennaio ha portato 143.000 nuovi posti di lavoro, un numero positivo ma sotto le attese. La disoccupazione è salita al 4%, mentre i salari hanno fatto un balzo dello 0,5% su base mensile. I settori più forti sono stati sanità, commercio al dettaglio e settore pubblico, mentre miniere, energia e manifattura auto hanno visto una contrazione.
L’economia continua a creare occupazione, ma con un ritmo più lento rispetto all’anno scorso. Le revisioni ufficiali hanno ridotto il totale dei posti di lavoro del 2024 di quasi 600.000 unità, segno che la ripresa non è stata così solida come sembrava. Nel frattempo, l’inflazione si sta rivelando più testarda del previsto. Non proprio il mix perfetto per convincere la Federal Reserve a tagliare i tassi nel breve termine. Dopo aver abbassato il costo del denaro di un punto percentuale l’anno scorso, Powell & Co. sembrano poco inclini a muoversi in fretta.
Se da un lato il lavoro regge, dall’altro la Casa Bianca continua a generare incertezza. I nuovi dazi di Trump stanno alimentando i timori di un nuovo rialzo dell’inflazione.
Cosa farà Powell? Il mercato scommette ancora su un taglio dei tassi nel 2025, ma i dati non stanno aiutando. La Fed continua a vedere il mercato del lavoro come “stabile e sano”. Senza un chiaro rallentamento o una disinflazione evidente, non ha fretta di muoversi.
Alla fine, il vero ago della bilancia saranno le prossime mosse di Trump. Se le sue politiche tariffarie e le tensioni commerciali dovessero spingere l’inflazione troppo in alto, la Fed potrebbe rimanere ferma più a lungo del previsto. Nel frattempo, i trader dovranno convivere con un mercato incerto, tra segnali misti e una politica monetaria che non sembra muoversi troppo in fretta.
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