
Quando l’inflazione non molla: cosa cambia per tassi e mercati
USA – Prezzi alla produzione che accelerano, ciclo che rallenta a macchia di leopardo Negli Stati Uniti il dato che ha dominato la settimana è stato il PPI, perché ha rimesso tensione sul tema “quanto è davvero finita l’inflazione”. L’indice headline sale +2,9% a/a contro

Il nuovo equilibrio dei mercati: meno crescita, inflazione più lenta a scendere
USA – Crescita sotto attese, inflazione che non collabora Negli Stati Uniti la settimana mette insieme due segnali che complicano la vita alla Fed. La crescita rallenta più del previsto: il PIL del Q4 sale +1,4% annualizzato contro attese +2,5%, e lo shutdown viene stimato

Repricing dei tassi: cosa cambia davvero questa settimana
USA – Inflazione che scende, lavoro che regge: ecco perché i tagli tornano credibili Negli Stati Uniti il dato chiave della settimana è stato il CPI, perché ha tolto pressione alla Fed senza dare l’idea di un’economia che si sta rompendo. L’inflazione headline rallenta al

Sotto la superficie dei mercati: cosa dicono i dati
🇺🇸 USA – Il lavoro si svuota sotto la superficie Negli Stati Uniti il messaggio della settimana arriva tutto dal mercato del lavoro, ed è meno rassicurante di quanto sembri in headline. I JOLTS di dicembre scendono a 6,54 milioni di posizioni aperte, ben sotto

Mercati sotto la superficie: cosa raccontano davvero i dati
🇺🇸 USA – Fed ferma, dati misti e dollaro che torna a rafforzarsi Negli Stati Uniti il quadro si chiarisce ma non diventa più semplice. Il FOMC ha lasciato i tassi invariati nel range 3,5%–3,75%, con una decisione tutt’altro che unanime (10 voti contro 2),

Un rallentamento che non fa rumore: cosa sta succedendo davvero ai mercati
USA – Rallenta il ciclo, non il sistema Negli Stati Uniti il rallentamento è ormai evidente, ma continua a prendere una forma molto diversa da quella tipica delle fasi pre-recessive. Il mercato del lavoro resta il punto di tenuta del ciclo. Le nuove richieste di sussidi si
Il Ritorno del Giappone: Perché (e Come) Investire in Azioni Giapponesi
Per trent’anni, il mercato azionario giapponese è rimasto nell’ombra. La bolla degli anni Ottanta è diventata una leggenda nera. Chi investiva su Tokyo veniva visto come un nostalgico o, peggio, un incosciente. Eppure qualcosa è cambiato. In silenzio, lontano dai riflettori, il Nikkei 225 ha scalato quota dopo quota fino a toccare nuovi massimi. I numeri contano, ma qui c’è anche un cambio di prospettiva. Le società giapponesi non sono più quelle torri d’avorio distanti dagli azionisti. I manager, una volta impermeabili alle logiche di mercato, oggi parlano il linguaggio del rendimento e della responsabilità.
Le riforme iniziano a dare frutti
Molto è cominciato sotto il governo Abe, quando si è iniziato a scardinare un certo immobilismo aziendale. Si è abbassata la pressione fiscale, sono arrivati codici di condotta nuovi, regole per il buon governo societario, pressioni verso le società che continuano a produrre rendimenti sotto la media. In una cultura abituata all’armonia e alla discrezione, è bastato poco per smuovere le acque.
Oggi ci si trova davanti a un contesto molto diverso rispetto a dieci anni fa. Aumentano i dividendi, si moltiplicano i buyback, cresce la partecipazione attiva degli azionisti. In un Paese che un tempo considerava lo shareholder value una parola sporca, il vento è cambiato.
Valutazioni favorevoli
I numeri non raccontano tutto, ma in questo caso aiutano. Mentre l’S&P 500 scambia a multipli tra i 25 e i 30 volte gli utili futuri, il Nikkei resta attorno a 15 o 16. Una distanza che colpisce, soprattutto se si considera che i margini di profitto stanno migliorando, così come le cedole distribuite.
Chi guarda al lungo periodo trova una combinazione interessante: valutazioni ancora appetibili, aziende che stanno tornando ad ascoltare gli investitori e un sistema che premia la trasparenza.
Il ruolo chiave della valuta
Lo yen debole non è una novità, ma oggi agisce da moltiplicatore. Con la moneta giapponese scambiata intorno a 145 per dollaro, i profitti delle aziende esportatrici (automobili, elettronica, chimica) vengono amplificati una volta riportati in patria.
La politica monetaria della Bank of Japan rimane accomodante. Nonostante i primi segnali di stretta, l’istituto di Tokyo continua a muoversi con lentezza. Il divario con la Fed o con la BCE resta ampio. Questo scenario rende probabile il mantenimento di una valuta competitiva ancora per diversi trimestri.
Il timbro di Warren Buffett
I fondamentali sono importanti. A volte, però, serve anche un volto. Warren Buffett, con la sua Berkshire Hathaway, ha investito in cinque grandi sōgō shōsha – le storiche trading company giapponesi – arrivando al 10% del capitale. Ha scelto la via pubblica, dichiarando l’intenzione di mantenerle per cinquant’anni. Se il più celebre investitore al mondo punta sul Giappone, forse non si tratta solo di una scommessa valutaria.
Dazi e debolezza interna
In ogni storia ci sono incrinature narrative. I nuovi dazi su auto e prodotti giapponesi rischiano di compromettere una parte dei margini attesi. Alcuni colossi automobilistici hanno già avvertito che potrebbero perdere miliardi.
In parallelo, il primo trimestre del 2025 ha mostrato una contrazione del PIL. Una battuta d’arresto che precede persino l’impatto delle misure protezionistiche. Le esportazioni rallentano e i salari reali faticano a crescere.
Come investire in azioni giapponesi
Per un investitore europeo, investire in azioni giapponesi non è più complicato come un tempo. Esistono tre vie principali.
ETF specializzati
Chi cerca un’esposizione semplice al Giappone trova diverse soluzioni su Borsa Italiana o Xetra. L’iShares MSCI Japan UCITS replica l’indice giapponese senza copertura valutaria. Per chi teme le oscillazioni dello yen esistono versioni hedged come l’iShares MSCI Japan EUR Hedged UCITS o il WisdomTree Japan Equity UCITS USD Hedged. Esistono anche fondi focalizzati su small cap e società ad alto dividendo, per chi vuole seguire temi specifici con strumenti liquidi e accessibili.
ADR
Molte aziende giapponesi sono quotate sotto forma di American Depositary Receipts. Toyota, Sony, Nintendo, Mitsubishi solo per citarne alcune. Gli investitori europei possono acquistarle attraverso broker che offrono accesso ai mercati USA, senza bisogno di conti in Giappone.
Azioni dirette
Per chi desidera un contatto più diretto con il mercato giapponese, alcuni broker permettono di acquistare titoli negoziati sulla Borsa di Tokyo. È anche il modo per accedere ai famosi “yūtai”, i benefit riservati agli azionisti fedeli, che possono spaziare da sconti su prodotti a inviti esclusivi.
Una questione di equilibrio
Investire in azioni giapponesi comporta anche un rischio valutario. Un ETF non hedged può beneficiare del rialzo dei titoli, ma vedere i guadagni erosi da un yen in calo. Un fondo hedged protegge dal cambio, ma può perdere appeal se lo yen dovesse rafforzarsi. La soluzione più sensata? Un bilanciamento, magari 50/50 tra le due opzioni.
Investire in azioni giapponesi torna ad avere senso
Per troppo tempo, l’investitore occidentale ha guardato al Giappone come a un caso clinico. Un mercato congelato nel tempo, con dinamiche che sembravano impermeabili a ogni logica moderna.
Oggi quel pregiudizio va rivisto. C’è una nuova energia, alimentata da riforme, da apertura al capitale, da una mentalità che evolve. Le valutazioni rimangono basse, le aziende più reattive, il contesto macro competitivo. Certo, i rischi non mancano, ma per chi cerca diversificazione geografica, settoriale e valutaria, il Giappone non è più una reliquia.
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